PANTHEON UN TEMPIO PER TUTTI GLI DEI

Pantheon
Per chi visita la città, è una delle tappe d’obbligo, non solo perché il Pantheon è la maggiore opera romana pervenuta a noi in buone condizioni, ma anche per l’atmosfera suggestiva che si respira in questa piazza.
Edificato originariamente da Agrippa, venne ricostruito da Adriano dopo la distruzione avvenuta nel corso di un incendio.
Si compone di una cella sostenuta da sedici grandi colonne di granito grigio e rosso d’Egitto in stile corinzio, disposte in modo che otto siano di fronte e altre otto, su quattro file formino tre navate, delle quali quella di mezzo immette nel tempio.
Le due navate laterali, rivestite di marmo e ornate di tre pilastri, terminano in due grandi nicchioni nei quali si trovavano le statue di Augusto e Agrippa.
Narra Jacopo da Varazze nella Leggenda Aurea che, cominciata la costruzione del Pantheon (la cui forma rotonda sta a simboleggiare l’eternità degli dei), ci si accorge che era impossibile alzare con i sistemi consueti, perché la circonferenza era troppo ampia (la grandiosa volta laterizia ha un diametro di 41,65 metri e un’altezza pari a 42,75 metri).
Si decise così di riempire l’edificio internamente, via via che cresceva, con terriccio misto a monete e quando fu finito si invitarono i cittadini a portar fuori la terra, tenendosi come ricompensa le monete che avrebbero trovato.
Neanche a dirlo l’iniziativa ebbe un enorme successo e in men che non si dica il Pantheon venne svuotato dalla terra.
Entrando nel Pantheon si possono notare nel basso, oltre la porta d’ingresso, sette grandi nicchie alternativamente rettilinee e curvilinee con relative edicole, ornate di colonne e di pilastri di marmo.
Il nicchione dinanzi alla porta conteneva la statua del maggior nume.
Purtroppo dopo la sua chiusura, avvenuta per opera dell’imperatore Costantino in quanto luogo di culto pagano, venne saccheggiato degli altari, delle statue e di tutto ciò che fosse in qualche modo asportabile.
Persino la cupola ed il tetto del portico furono depredati delle loro decorazioni: in origine, infatti erano ricoperti da tegole di bronzo dorate, sottratte in parte dall’imperatore d’Oriente, in una delle sue visite in città, ma in parte, purtroppo, nel XVII secolo da Urbano VII, a cui occorreva il bronzo per la costruzione di 80 cannoni per Castel Sant’Angelo.
Per quest’azione ignobile i Barberini, alla cui famiglia apparteneva appunto questo papa, vennero resi i protagonisti del motto popolare: quello che non fecero i barbari lo fecero i Barberini.
Da notare che la cupola con le sue squisite proporzioni è la più grande mai costruita in conglomerato cementizio fino al XX secolo (quella della basilica San Pietro di diametro leggermente inferiore è la più grande costruita in mattoni).
Il peso schiacciante è alleggerito da un intricato sistema di rinforzi che rivelano una sapiente conoscenza dei problemi costruttivi.
Ma sicuramente ciò che colpisce maggiormente il visitatore entrando nel Pantheon è la famosa apertura circolare al centro della cupola, l’unica fonte di luce di questo grande spazio.
Per la festività di S. Giuseppe nel pronao del Pantheon si teneva un’esposizione di quadri e in detta circostanza gli artisti ricevevano il loro battesimo.
Qui espose anche Salvator Rosa.
Se oggi è possibile ammirare il Pantheon in tutta la sua grandezza è grazie ad una fortuita circostanza: infatti questo tempio all’inizio del VII secolo, fu convertito in chiesa cristiana da papa Bonifacio IV e quindi sottratto all’incuria e agli atti di vandalismo.
Quando morì Vittorio Emanuele II, i Savoia, ai ferri corti con l’alto clero, non poterono ottenere che fosse sepolto in nessuna delle quattro Basiliche; Pio IX concesse a stento, contro il parere di alcuni prelati, il Pantheon, che divenne così il famedio dei reali d’Italia. Qui si trova anche la tomba di Raffaello.



